L'adolescenza porta con sé nuove distanze. Per i genitori, la sfida è trovare un equilibrio tra lasciare spazio e intervenire, senza confondere la cura con il controllo e l'amore con l'assenza di confini.
Quando un figlio cresce cambia anche la relazione
Diventare genitori significa assumersi una grande responsabilità. E, insieme alla responsabilità, spesso arrivano moltissimi “devo”: devo essere paziente, devo essere presente, devo amare senza condizioni, devo sapere cosa è giusto, devo proteggere mio figlio, devo essere coerente. E, forse più di tutti, devo evitare di ripetere gli errori dei miei genitori.
Sono intenzioni comprensibili, spesso nate proprio dal desiderio di essere un buon genitore. Ma cosa succede quando il tentativo di fare tutto nel modo giusto diventa così forte da lasciare poco spazio alla possibilità di essere semplicemente persone? Perché anche i genitori si arrabbiano. Si preoccupano. Si sentono esclusi. A volte non sanno cosa fare. A volte sbagliano.
E forse uno dei passaggi più difficili della genitorialità è proprio questo: imparare a prendersi cura dei propri figli senza smettere di riconoscere i propri bisogni, i propri limiti e la propria umanità.
L'adolescenza porta con sé un movimento importante: quello verso una maggiore autonomia. Il ragazzo comincia a costruire opinioni proprie, a scegliere diversamente, a mettere in discussione ciò che fino a quel momento aveva dato per scontato. Cerca spazi personali, sperimenta, prende decisioni e, inevitabilmente, può entrare in contrasto con i genitori.
Per un genitore, questo cambiamento non è sempre semplice da accompagnare. Perché lasciare spazio significa anche tollerare di non essere più indispensabili nello stesso modo. Il figlio che prima chiedeva consiglio può non volerlo più. Quello che raccontava tutto può iniziare a tenere alcune cose per sé. Quello che accettava volentieri l'aiuto può rispondere: “Faccio da solo”. E può essere difficile non viverlo come un rifiuto.
Ma diventare autonomo non significa smettere di avere bisogno dei propri genitori. Significa, progressivamente, aver bisogno di loro in un modo diverso.
Tra controllo e permissività
Quando emerge un conflitto, sembra spesso che esistano soltanto due possibilità: imporsi oppure lasciar correre. Da una parte il genitore può pensare: “Sono io il genitore e devo decidere.” Dall'altra: “Non voglio essere autoritario, quindi lascio che scelga lui.”
Le parole di una madre, ad esempio: Tendo a essere permissiva con i miei figli finché non diventano così cattivi che non riesco più a sopportarli. Allora sento che devo cambiare, comincio a usare la mia autorità finché non divento così severa che non riesco più a sopportare me stessa. E così si può oscillare tra momenti di grande controllo e momenti di estrema permissività, fino a sentirsi confusi e incoerenti.
Ma forse non è necessario scegliere tra questi due estremi. Essere autorevoli non significa controllare tutto. E lasciare spazio non significa rinunciare a mettere confini. Una relazione può contenere contemporaneamente libertà e limiti, autonomia e responsabilità, ascolto e differenze. Il punto non è eliminare il conflitto, ma imparare a starci dentro senza trasformarlo necessariamente in una lotta per stabilire chi vince e chi perde.
Sostituirsi può non essere di aiuto
C'è poi un'altra difficoltà, molto comune: la fatica di non intervenire. Un figlio sta facendo qualcosa e il genitore vede immediatamente ciò che potrebbe andare storto: “Fai così.”; “Attento.”; “Lascia che ti aiuti.”; “Se lo fai in questo modo viene meglio.”
Spesso dietro queste parole c'è cura. C'è il desiderio di evitare una delusione, un errore, una fatica. Ma c'è una domanda che può essere utile porsi: Mio figlio ha davvero bisogno del mio aiuto o sono io ad avere bisogno di sentirmi utile?
Non intervenire, quando possiamo farlo, può essere una forma di fiducia. Possiamo intervenire e fare le cose al posto suo. Oppure possiamo sederci accanto a lui e guardarlo costruire. Questo non significa disinteressarsi. Significa comunicare: “Non devo fare io al posto tuo per dimostrarti che ci sono. Posso esserci anche mentre provi a farcela da solo.”
Quando un adolescente racconta qualcosa, il genitore può essere rapidamente portato a cercare una soluzione. Ma non sempre chi parla sta chiedendo una soluzione. A volte sta cercando qualcuno che comprenda quello che sta vivendo.
L'ascolto, allora, non significa approvare tutto ciò che il figlio dice. Non significa essere d'accordo. E non significa rinunciare al proprio punto di vista. Significa provare, per un momento, a mettere tra parentesi il proprio modo di vedere le cose per comprendere che significato quella situazione ha per l'altro.
Dietro un comportamento può esserci una preoccupazione. Dietro una risposta aggressiva può esserci una delusione. Dietro un “lasciami stare” può esserci il bisogno di avere uno spazio proprio. Ascoltare permette di incontrare ciò che c'è prima ancora di decidere cosa fare.
E può trasmettere un messaggio importante: “Mi fido abbastanza di te da lasciarti raccontare ciò che stai vivendo senza dirti cosa dovresti fare.”
L'ascolto attivo aiuta i figli a prendere coscienza dei propri sentimenti, facilita il processo autonomo di soluzione dei problemi, li aiuta ad avere meno paura delle emozioni spiacevoli e li rende anche più ricettivi rispetto alle idee e all'opinione dei genitori che in un momento successivo potrà condividergli.
L'ascolto attivo incoraggia i figli a pensare con la propria testa, trasmette fiducia.
Mio figlio non è me
Forse questa è una delle parti più difficili da attraversare nella genitorialità. Riconoscere i propri bisogni è importante, ma altrettanto importante è riconoscere che anche nostro figlio è una persona distinta da noi.
Ha un proprio modo di vedere le cose, tempi diversi, gusti diversi, sensibilità diverse. Può desiderare qualcosa che noi non desideriamo, attribuire un significato diverso a una situazione, prendere una decisione che noi non avremmo preso.
E questo, soprattutto durante l'adolescenza, può essere difficile da accettare.
Perché a volte, dietro il desiderio di proteggere, consigliare o correggere, si nasconde un'idea molto più sottile:
“Vorrei che tu facessi questa cosa nel modo in cui la farei io.”
“Vorrei che capissi ciò che io ho già capito.”
“Vorrei evitarti gli errori che ho fatto io.”
Ma un figlio non è una seconda possibilità per vivere la nostra vita in modo diverso. È una persona che, nel tempo, costruisce la propria.
Questo non significa che il genitore debba approvare ogni scelta o rinunciare al proprio ruolo. Significa imparare a distinguere tra ciò che realmente richiede un limite e ciò che, semplicemente, è diverso da come lo avremmo fatto noi.
Una stanza può essere troppo disordinata per un genitore e sufficientemente ordinata per un figlio. Un modo di vestirsi può non piacere. Una scelta può sembrare poco comprensibile. Un modo di affrontare un problema può essere molto diverso da quello che avremmo scelto noi.
La domanda, allora, può diventare: “Questa differenza riguarda davvero qualcosa che devo proteggere, oppure riguarda semplicemente il fatto che mio figlio non è me?”
Riconoscere questa differenza richiede fiducia. Significa poter dire: “ Io la vedo diversamente da te, ma posso provare a comprendere come la vedi tu.”
E forse è proprio questa una delle sfide più grandi della genitorialità: non soltanto chiedere ai figli di riconoscere i nostri bisogni, ma imparare a riconoscere i loro senza pretendere che coincidano con i nostri.
L'ascolto non cancella i confini
Parlare di ascolto e accettazione non significa invitare i genitori a tollerare qualsiasi comportamento. Un adolescente può essere ascoltato e, allo stesso tempo, incontrare un limite.
Il genitore può comprendere la rabbia del figlio senza accettare che quella rabbia si trasformi in aggressività. Può riconoscere il bisogno di autonomia senza rinunciare alle responsabilità necessarie alla vita familiare.
La differenza sta forse nel modo in cui il limite viene costruito.
Non: “Fai così perché lo dico io.” Ma: “Capisco che tu la pensi diversamente. Io, però, ho questo bisogno e questo per me è un limite.”
Non è una resa dell'autorità. È un modo diverso di esercitarla: non attraverso la paura, ma attraverso una relazione nella quale entrambe le persone possono esistere.
Una domanda che può aiutare a orientarsi nei momenti di conflitto: Questo problema di chi è?
Ci sono situazioni in cui è l'adolescente ad avere una difficoltà ma il suo comportamento non interferisce con i bisogni del genitore. E ci sono situazioni in cui il comportamento del figlio interferisce realmente con un bisogno del genitore.
Anche il genitore ha diritto di dire: “Capisco che per te sia importante, ma questa situazione per me è difficile.”
Perché la relazione non è fatta di una sola persona. Ci sono due soggettività, due bisogni, due punti di vista.
Essere genitori senza dover essere perfetti
Forse, allora, il compito del genitore non è sapere sempre cosa sia giusto.
È poter rimanere nella relazione anche quando non c'è una risposta immediata.
È poter dire “ho sbagliato”.
È poter riconoscere una propria paura.
È poter cambiare idea.
È poter ascoltare il proprio figlio senza sentirsi obbligati a risolvere tutto.
È poter lasciare che faccia esperienza, anche quando sappiamo che potrebbe sbagliare.
Perché crescere un figlio non significa impedirgli di incontrare ogni difficoltà. Significa anche aiutarlo a scoprire di poter attraversare le difficoltà. E forse è proprio qui che l'autonomia comincia a costruirsi: non quando il genitore smette di esserci, ma quando riesce a esserci senza sostituirsi.
Perché accompagnare un figlio verso l'autonomia significa anche imparare, lentamente, a lasciargli spazio per diventare la persona che può essere, senza chiedergli di diventare la persona che avevamo immaginato.
-Isabella Tacchino-
Bibliografia
Gordon, T. (2022). Genitori efficaci. Educare figli responsabili. La Meridiana. Ristampa, dicembre 2022.
Il testo di Thomas Gordon riprende e applica alla relazione genitore-figlio i principi dell'Approccio Centrato sulla Persona elaborato da Carl Rogers, ponendo particolare attenzione alla comunicazione, all'ascolto attivo, all'accettazione e alla costruzione di una relazione fondata sulla fiducia e sul rispetto reciproco.
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Commenti
Come una relazione genitore-figlio dovrebbe essere vissuta
Grazie del tuo commento! Ogni relazione è imprescindibilmente unica ma ci sono anche delle comunanze significative.